A Mercurago, sulle colline sopra Arona, 473 ettari di torbiere, boschi e pascoli protetti fin dal 1980
Bastano pochi minuti d’auto dal centro di Arona e una salita verso le colline che chiudono a occidente il Lago Maggiore per entrare in un paesaggio che con il lago ha poco a che spartire. I cartelli marroni con lo stemma del martin pescatore annunciano il Parco naturale dei Lagoni di Mercurago: 473 ettari distribuiti tra i comuni di Arona, Dormelletto, Comignago e Oleggio Castello, area protetta dal 1980 e oggi affidata all’Ente di gestione delle aree protette del Ticino e del Lago Maggiore. L’accesso principale, dove si trovano la sede e il centro visite, è a Mercurago, frazione di Arona, in via Gattico.
Le zone umide sono il cuore del parco, in senso geografico prima ancora che naturalistico. Stagni, paludi e torbiere occupano le conche scavate dal ghiacciaio che circa diecimila anni fa, ritirandosi, ha dato a queste colline moreniche l’impronta geomorfologica che ancora oggi si riconosce. È un ambiente diventato raro alle latitudini padane, e proprio la sua fragilità spiega perché la tutela sia arrivata già alla fine degli anni Settanta. La vegetazione che vi cresce è un piccolo catalogo di specie palustri: la castagna d’acqua, le ninfee, la cannuccia di palude, le tife, i carici. Nel sottobosco compaiono i mughetti. Chi si affida alle guide del parco riesce ad apprezzare anche quello che a un occhio distratto può sfuggire, dalla flora acquatica agli anfibi che popolano gli specchi d’acqua: rane rosse e verdi, raganelle e rospi.
Il bosco copre circa tre quarti del parco, con querce, castagni, betulle, frassini e qualche nucleo di conifere. Sotto le chiome prospera una micoflora ricchissima, che riserva anche qualche sorpresa scientifica: qui è stato rinvenuto il Crepidotus roseornatus, unico esemplare segnalato in Italia. Gli animali si lasciano avvistare con un po’ di pazienza. Ci sono mustelidi, volpi, scoiattoli e piccoli roditori, lepri, insettivori, rettili e invertebrati; il capitolo più consistente è però quello degli uccelli, con oltre 113 specie tra stanziali e migratrici.
Accanto alla fauna spontanea sopravvive un pezzo di storia sportiva italiana. I pascoli e i maneggi che si aprono tra i boschi furono allestiti decenni fa da Federico Tesio, l’allevatore che dal Lago Maggiore ha portato i purosangue italiani a vincere in mezza Europa. L’allevamento dei cavalli da corsa è rimasto una delle poche attività umane presenti nel perimetro protetto, integrata nel paesaggio al punto da esserne diventata un tratto distintivo.
Il tesoro della torbiera
È però sottoterra che il parco custodisce il suo primato. Nel 1860, nella torbiera del Lagone, vennero individuati impalcati di legno e pali sprofondati nel limo: erano i resti di palafitte, i primi mai riconosciuti come tali in Italia. Da quel deposito, e dagli scavi successivi, sono usciti una piroga ricavata da un unico tronco, vasi di ceramica, spilloni per capelli, pugnali, una spada e una punta di lancia in bronzo, oltre a frammenti di ruote appartenute a carri agricoli e a un carro da combattimento. Un insediamento dell’età del bronzo, cui si aggiungono alcune domus di epoca romana.
Il valore di quel ritrovamento è stato riconosciuto a livello internazionale nel 2011, quando i Lagoni sono entrati nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO come parte dei 111 siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino.
L’itinerario archeologico prosegue con due necropoli. Quella del Motto Lagone è di epoca golasecchiana, tra VI e V secolo a.C., e conserva dieci tombe a cassa costruite con grandi lastre di pietra; quella del Motto Caneva, di età romana tra II e V secolo d.C., allinea altrettante sepolture realizzate con materiali e tecniche differenti.
La rete dei sentieri è abbastanza fitta da permettere a chiunque di percorrerla: si cammina, si corre, si pedala, si va a cavallo e si pattina, con anelli brevi adatti alle famiglie e percorsi più lunghi per chi cerca una sfida. La zona, riconosciuta anche come Sito di interesse comunitario, è tutelata insieme al Parco della Valle del Ticino, alla Riserva di Fondo Toce, ai Canneti di Dormelletto e al Bosco Solivo: un sistema di aree protette che tiene insieme il Ticino e la sponda piemontese del Verbano.









